La chimica e le scienze in connessione

Data la posizione strategica della chimica rispetto alle altre scienze, non stupisce che il suo linguaggio abbia permeato molti campi del sapere. Discipline come la biologia e la fisica hanno mutuato dalla chimica molti termini e concetti, senza i quali campi innovativi come le biotecnologie, le nanotecnologie o la scienza dei materiali non esisterebbero. Termini come “pH”, “acidità”, “salinità”, etc. sono di uso comune anche per le scienze della terra.

Nonostante questo, la chimica continua a suscitare una certa diffidenza presso una larga fetta di popolazione. Forse una delle soluzioni potrebbe essere quella di sfruttare le sue connessioni con le altre scienze per un insegnamento realmente interdisciplinare, soprattutto negli ultimi anni della scuola secondaria. Una prospettiva riduzionista del sapere a lungo dominante nell’ambito degli studi sull’efficienza industriale, ha fatto sì che prevalesse l’assunzione secondo la quale occorre suddividere i compiti complessi in tante operazioni di base per renderli più semplici [1]. Questo è senz’altro vero entro certi limiti, ma di fatto questo approccio ha invaso oltre misura la struttura dei vari tipi di curricolo scientifico producendo una separazione sin troppo rigida tra le discipline. Un esempio paradossale è rappresentato dalla materia “Scienze Naturali” presente nelle scuole italiane, che riunisce sotto un’unica denominazione le scienze della terra, alcuni rudimenti di astronomia, le scienze della vita e la chimica: al di là degli ovvi problemi didattici che tale accorpamento può generare (principalmente dovuti al fatto che un solo insegnante non può padroneggiare allo stesso modo tutte le discipline coinvolte), esso potrebbe fornire l’occasione per un reale approccio interdisciplinare, con una programmazione strutturata per tematiche e non per contenuti disciplinari specifici rigidamente suddivisi. Eppure, nonostante questo tipo di integrazione sia altamente raccomandata dal MIUR, i singoli insegnanti di scienze preferiscono generalmente insegnare separatamente ogni disciplina.

Secondo l’opinione di alcuni studiosi [2], le radici storiche di questa situazione risalgono agli inizi del XIX-esimo secolo, quando la conoscenza scientifica fu divisa in due filoni principali: le scienze applicate (come l’ingegneria e la medicina) e le scienze “pure” (come la fisica, la chimica, l’astronomia, la biologia). Le scienze applicate erano orientate all’azione, alla realizzazione di progetti in determinati contesti sociali; le scienze pure fornivano invece il paradigma della conoscenza scientifica in senso stretto. Dapprima tale separazione permeò l’organizzazione delle università, che comprendevano le facoltà di scienze applicate e le facoltà di scienze propriamente dette; in seguito, l’insegnamento delle scuole secondarie fu progettato secondo l’impostazione delle scienze pure. Di conseguenza, sebbene la professione docente sia praticata in contesti sociali altrettanto complessi di quelli in cui opera un medico o un ingegnere, le scienze sono insegnate secondo canoni che non tengono in alcun conto la complessità dei rapporti umani. Questo e altri fattori hanno causato una progressiva perdita di efficacia dell’insegnamento scientifico, denunciata più volte e da parecchi anni in particolare nei paesi industrializzati e da organizzazioni internazionali come l’UNESCO [3]. A lungo andare questo non fa che allontanare le nuove leve dalle carriere scientifiche, mettendo in serio pericolo il progresso industriale ed economico.

Riferimenti:

[1] Iran-Nejad, A. The global coherence context in educational practice: A comparison of piecemeal and whole-theme approaches to learning and teaching. Res. Sch. 1994, 1 (1), 63-76.

[2] Fourez, G. Le mouvement Sciences, technologies et société (STS) et l’enseignement des sciences. Perspectives 1995, 25 (1), 27-41.

[3] UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organisation). The Project 2000+ Declaration: the way forward [Online]; UNESCO: Paris, 1994.