I musei scolastici

In un editoriale del 2011, la prof.ssa Valentina Domenici scriveva:

I Musei e le Collezioni universitarie sono l’ideale per avvicinare i ragazzi alla storia della Chimica e all’evoluzione degli strumenti e dei metodi della Chimica. Ma il Museo è anche un luogo di incontro, un luogo “neutro“ dove si possono discutere ed affrontare tematiche di attualità, che riguardano il rapporto tra la Chimica e la Società. Penso alle problematiche ambientali, ma anche alle delicate scelte che spesso i cittadini sono chiamati a fare nel settore alimentare e nella sanità.

La professoressa ha recentemente proposto un percorso di didattica museale nel corso della IX edizione della Scuola estiva di ricerca educativa e didattica Ulderico Segre, che ha avuto luogo dal 12 al 15 luglio all’Università di Torino. Nella presentazione dell’intervento i musei sono stati definiti come “una testimonianza dell’evoluzione della scienza, delle sue pratiche e dei suoi strumenti. I musei scientifici infatti hanno prevalentemente un carattere storico-conservativo e, assieme alle collezioni di oggetti di grande valore, tramandano le storie e le vicende degli uomini che hanno fatto la Scienza”.

Una nota particolare merita l’interesse del prof. Luigi Campanella per i musei scolastici, come illustrato in un post de Il Blog della SCI del 2016. E’ noto a tutti gli insegnanti di materie scientifiche che in molte scuole secondarie si trovano attrezzature di vario tipo, obsolete ma di grande valore storico. Il destino di questi strumenti è quello di essere prima o poi gettati via, sprecando l’occasione di catalogarli e custodirli come una risorsa dell’istituto che potrebbe essere opportunamente esposta al pubblico; in questo modo la scuola diventa un museo vivo, il cui patrimonio può servire per scopi divulgativi e didattici. 

La valorizzazione degli strumenti scientifici collocati nelle scuole può produrre effetti molteplici: nell’immaginario comune è soprattutto il reperto umanistico ad essere valorizzato (si pensi ai manoscritti antichi), ma anche lo strumento scientifico è un oggetto culturale a tutti gli effetti. Inoltre la bellezza degli strumenti valorizza l’ambiente nel quale sono posti: le strutture scolastiche, solitamente dotate di stile architettonico e arredo non invitanti, acquistano un tocco di solennità. Si pensi ad un atrio scolastico in cui si trovano delle bacheche contenenti della vetreria antica corredata di spiegazione sul periodo d’uso e sull’utilizzo: il visitatore percepisce immediatamente l’importanza della tradizione culturale conservata in quel luogo, guarda, legge, probabilmente approfondisce se interessato; le conseguenze in termini di disseminazione possono essere tangibili se tale opera di conservazione e valorizzazione fosse compiuta capillarmente. Un’altra ricomposizione culturale, scrive il prof. Campanella, riguarda il rapporto fra teoria ed esperienza: anche a questo la valorizzazione della strumentazione e della sua storia ha dato e darà un notevole contributo. La storia della evoluzione della strumentazione mostra in che direzione ci si muove (l’intervento prima citato della prof.ssa Domenici si muove in questa direzione). Come l’artista si esprime attraverso una sua creazione, così lo scienziato si esprime attraverso l’ideazione di uno strumento idoneo a verificare una propria ipotesi e confrontarsi con la comunità. Questo confronto, storicamente era ritenuto proprio delle scuole artistiche, ora comincia ad essere considerato con sempre maggiore attenzione anche a livello delle scuole scientifiche, capaci di esprimersi non soltanto attraverso le teorie e le ricerche di oggi, ma attraverso le esperienze e prove sperimentali di ieri. Il ruolo dei musei-laboratorio è dunque correlato con una rivisitazione del modello del museo scientifico.

I Musei scolastici sono quindi una rappresentazione concreta del rapporto fra scuola e cultura e di quello fra scuola e territorio. Moltissime scuole hanno realizzato musei non nel senso più obsoleto della parola, ma in quello di veri e propri centri culturali aperti al territorio circostante. Iniziative di questo tipo sono particolarmente importanti nelle periferie e nei quartieri particolarmente degradati delle grandi città per la loro funzione di importante stimolo culturale a costi praticamente inesistenti.

 

L’arte nella chimica

Quando ho iniziato a fare chimica, ebbro di logica, di matematica e di simmetria, ero sconvolto dalla mescolanza delle categorie che avveniva intorno a me. Cercavo, come un tempo Primo Levi, i teoremi della chimica. Poi ho fatto pace con la multivalenza dei saperi frammentati che mi circondavano. E mi sono reso conto che il ragionamento in parte irrazionale (poi sistemato in vista della pubblicazione, certo) portava a molecole e reazioni stupende.

Sono le parole di Roald Hoffmann comparse in un suo articolo de Il Sole-24Ore nel 2007 intitolato “La bellezza della Chimica”. Lo scienziato, che ha definito la Teoria dei Grafi come la maggiore area di contatto tra chimica e matematica, ha anche cercato di spiegare in quale modo tale contatto si esaurisce: in un apparente disordine che porta a “molecole e reazioni stupende”. Dopotutto, scrive Hoffmann, senza la violazione delle categorie né l’arte né la scienza riuscirebbero a produrre alcunché di nuovo. In breve, la chimica stessa è una forma d’arte. Nell’articolo Hoffmann si è dilungato sull’estetica della chimica, dimostrando come alcune questioni che hanno tenuto i filosofi della scienza occupati durante il secolo scorso sarebbero state poste in un modo più ricco e articolato se il contributo della chimica fosse stato riconosciuto:

Ammettere l’ampia parte di creazione che va nella chimica – nella scienza, come nell’arte – avrebbe magari portato i filosofi ad applicare alla scienza le teorie dell’estetica. Avrebbe sicuramente contribuito a rasserenarci in merito all’influenza palese dei fattori estetici – simmetria, ordine, una bella storia da raccontare – sull’accettazione delle teorie, la quale non dipende soltanto dalle loro capacità predittive. E chissà se non sarebbe cambiata anche l’estetica, intesa come ramo della filosofia. Quella classica esclude dai criteri estetici l’utilità, che ha un ruolo così rilevante in chimica. L’acido solforico trova una sua bellezza nel fatto che l’anno scorso se ne siano prodotte e vendute 180 milioni di tonnellate.

Il chimico, Premio Nobel 1981, riporta come esempio di arte visiva alcune immagini di un articolo in cui si descrive la sintesi di una piccola molecola incapsulata nel fullerene. Nella figura sottostante la molecola è l’acqua: come non dare ragione a Hoffmann?